Un piccolo gruppo di missionarie sta collaborando con la chiesa di Haiti, nella parrocchia di Léogane, a Port-au-Prince. Arrivate da poco (a maggio, lo trovate sul sito, avevamo pubblicato la prima testimonianza di due comboniane infermiere), raccontano lo stato d’animo della popolazione e la situazione della Chiesa. La sfida che si presenta non è solo costruire la città, ma le donne e gli uomini. Ed è una sfida che mette in discussione anche il modo di essere Chiesa tra la gente.
Le nostre impressioni e percezioni sono le più diverse da quando siamo arrivate ad Haiti, da pochi giorni. La prima tra tante è quella che, dopo sei mesi dal terremoto, tutto continua ad essere uguale a prima, o molto simile.
“L’invasione umanitaria” è stata molto forte, tante ong lavorano qui, soprattutto nella capitale, però la disorganizzazione tra di loro è notevole. Ogni organizzazione cerca il suo “territorio” in cui impiantare le tende per i terremotati e poter così innalzare così la propria “bandiera”. I soldi, che tanti Paesi hanno destinato, continuano a rimanere bloccati nelle banche, senza sapere bene il perché ciò accada.
Il presidente e il suo governo, dopo sei mesi, non si sono ancora fatti vedere, non hanno parlato al popolo e nessuno sa bene dove si trovino e cosa voglia significare questo silenzio.
Le macerie sono ancora lì, nessuno le ha rimosse. Anche lo sgombero è diventato un affare per gli enti privati, poiché il governo non permette che i diversi organismi intervengano con le loro scavatrici per sgomberare la zona. Così la gente, con quello che possiede, sposta quello che riesce – pietre e altri materiali –, e fa mucchi di macerie sull’asfalto. È un modo silenzioso di dire al governo: «Questo è un affare tuo».
Il terremoto ha certamente distrutto tante speranze, ma quando si guarda la gente nelle strade di Haiti si ha l’impressione che la vita rinasca come una sorgente: in quei gesti quotidiani, nel modo di vivere, nell’economia informale che continua a sostenere le famiglie. Gli organismi e le ong, venuti per portare aiuto, si preoccupano dei poveri, ma chi aiuta la classe media che ha, in pochi secondi, perso tutto quello che era riuscita a costruire con tanti anni di sacrificio?
La lista delle situazioni negative potrebbe allungarsi, ma la vita continua e bisogna guardare il futuro. E di futuro ce n’è tanto qui ad Haiti!
In pochi giorni abbiamo incontrato tante persone ed organismi; abbiamo potuto parlare con sacerdoti locali, gente del posto, con il vescovo Joseph Lafontaine, con padre André Paul Gawad, responsabile della Chr (Conferenza haitiana dei religiosi), con padre Jean Hansse, responsabile nazionale della commissione ecclesiale Giustizia e Pace, con padre Gabriel Blot, professore all’università di Port-au-Prince e nel seminario nazionale. Abbiamo parlato anche con la Caritas italiana e diversi altri organismi italiani che lavorano qui.
Questo ci ha permesso di farci un’idea di quello che sta veramente accadendo nel Paese e quali potrebbero essere le sfide di questo popolo e per questa chiesa di Haiti.
Dopo il terremoto la gente continua a vivere sotto choc: ha perso i propri cari in un modo brutale e, in tanti casi, per diverse circostanze, non ha potuto elaborare i lutti e le perdite. Ci diceva padre Gabriel che forse, proprio per effetto di questo dramma mai veramente affrontato, il popolo haitiano continua a vivere come prima, come se niente fosse accaduto. L’impressione è che quello che è capitato non abbia cambiato la mentalità delle persone, che non ci sia stata una riflessione a livello profondo riguardo lo stile e la qualità di vita della gente. Per questo, secondo la Chr, la sfida più grande non è tanto (o solo) la ricostruzione del paese dal punto di vista strutturale – che è quella che si percepisce subito –, ma la “ricostruzione” dell’uomo e della donna di Haiti, la rigenerazione della persona dal di dentro.
Un sentire comune, riportato dalla gente che abbiamo incontrato, è che per tanti anni la Chiesa gerarchica di Haiti era più preoccupata per i suoi progetti che per quelli della gente. I religiosi e le religiose hanno lavorato tanto, però ognuno nel proprio campo (scuole, ospedali...). Non c’è stata una vera vicinanza al popolo, alla gente delle periferie, dei quartieri emarginati. Dopo il terremoto, tutte queste persone si sono trovate ad abitare assieme nelle tendopoli, condividendo un unico destino, lo stesso dolore per i loro defunti e la stessa povertà. Si sono visti costretti a vivere insieme.
Le chiese di pietra sono cadute come castelli di sabbia, soltanto i crocifissi all’esterno sono rimasti in piedi. Nel vederli sembra che Dio voglia dire al suo popolo: «non voglio sacrifici né olocausti, neppure un luogo dove mi si offra incenso, desidero la giustizia, il diritto per i poveri... desidero vivere fuori da questa chiesa, desidero vivere in mezzo al popolo...».
La sfida per la Chiesa è immensa, perché è la sfida del vivere tutti insieme, di essere testimoni di povertà: poveri con i poveri. Essere testimoni di speranza con un popolo che spera. È la sfida dell’inserzione. Sfortunatamente, la passività della Chiesa e del governo, in questi momenti così importanti, sta distruggendo tante speranze.
Non è forse questo un segno dei tempi che obbliga la Chiesa ad uscire dai suoi muri per avvicinarsi al popolo?
Padre Jean Hansse ci diceva che, negli anni Ottanta-Novanta, l’immagine biblica che poteva definire il popolo di Haiti era quella dell’esodo. Oggi è quella dell’esilio. Un popolo che vive in esilio, all’interno delle sue frontiere, che vede come il suo governo non agisce e si sente manipolato da questo e da governi e ong stranieri che, attraverso l’aiuto umanitario, gli impongono come vivere il proprio destino.
Un’altra sfida è quella di creare una pastorale d’insieme in cui poter unificare tutte le forze ecclesiali. Una pastorale in cui tutti (clero secolare, religiosi, laici...) si sentano parte di una Chiesa vicina, che desidera essere solidale
con il popolo, che desidera essere
del popolo. Una pastorale in cui ognuno si senta corresponsabile di un progetto comune, quello di costruire il Regno di Dio. Una Chiesa in cui i “dirigenti” siano “il buon pastore” che ha cura amorevole e premurosa per il suo gregge e ogni membro sia “il buon samaritano” per il suo prossimo, samaritano del povero, del misero.
Queste sfide non sono le uniche, c’è anche la sfida della formazione integrale dei religiosi, la costruzione di un Centro di formazione per loro, affinché possano servire meglio il popolo di Haiti, mettendosi in ginocchio e pregando insieme, con umiltà, chiedendo perdono e guardando il futuro con speranza.
Davanti al silenzio e alla passività dei potenti, il popolo sta esaurendo la pazienza (che è tanta!). Il prossimo terremoto potrebbe essere un “terremoto umano”, certamente peggiore del sisma che hanno vissuto il 12 gennaio, con delle conseguenze imprevedibili, gli haitiani.
Uno dei segni di speranza è confidare in Dio che guida la storia, e avere fiducia nel popolo di Haiti, perché siano loro stessi i protagonisti del loro futuro, fatto a loro misura.