Sud Sudan. Ancora in attesa di pace Il Papa arriva a Giuba il 3 febbraio 2023 Crux
Giovedì, 29 Febbraio 2024 14:36

Sud Sudan. Ancora in attesa di pace

A un anno dalla storica visita di papa Francesco, Il Sud Sudan continua a essere pervaso da un grande disagio. È come camminare su un campo minato, ma segni di ostinata speranza germogliano, e chi ha fede riesce a vederli

Il 3 febbraio 2023, papa Francesco arrivava a Giuba, la Capitale del Sud Sudan, in “Pellegrinaggio ecumenico di riconciliazione e di pace”. Con il primate della Chiesa anglicana, e il moderatore dell’Assemblea generale della Chiesa di Scozia, incontrava esponenti del governo, autorità ecclesiali e, soprattutto, tantissime persone accorse da ogni dove.
Pur di esprimere in modo diretto l’affetto con cui accompagna la popolazione della più giovane nazione del mondo, per tre giorni il Papa ha sopportato temperature superiori ai 40 °C e una polvere fastidiosa che imperversa ovunque. Si muoveva a fatica su una sedia a rotelle, e attraversava la città con la sua “500” che scompariva in mezzo alle possenti e lussuose “Toyota Landcruiser” del corteo presidenziale.
Dal 15 dicembre 2013, rivalità politiche con marcate tinte etniche avevano funestato il Paese: nel 2018, alla vigilia di uno stentato accordo di pace, si contavano oltre 400.000 persone uccise e più di 4 milioni fuggite in Uganda e Sudan.
Quel pellegrinaggio aveva testimoniato che le differenze non sono una minaccia. Suor Elena Balatti, Missionaria comboniana, scriveva: «Il 4 febbraio, a conclusione della preghiera ecumenica, i tre leader religiosi, papa Francesco, Justin Welby e Ian Greenshields, impartivano insieme la benedizione finale. Dopo secoli dallo scisma, vedere il Papa cattolico a fianco del Primate anglicano è segno che il cammino verso l’armonia e l’unità è sempre possibile».

Bilancio provvisorio
A un anno di distanza, l’evento di riconciliazione promosso dalle Chiese quali frutti ha fatto maturare?
Dall’aprile 2023, la guerra civile nel vicino Sudan ha costretto quasi mezzo milione di Sud Sudanesi, che lì avevano trovato rifugio, a far ritorno nel proprio Paese, dove le tensioni e gli scontri tra comunità in molte zone non offrono ancora spazi accoglienti.
Da mesi i dipendenti pubblici non ricevono lo stipendio, che nell’agosto 2023 era stato aumentato del 400% per scongiurare gli effetti di un’inflazione galoppante. La valuta locale, ovvero la Sterlina sud sudanese, cede terreno ogni giorno e 4 persone su 5 vivono sotto il livello di povertà.
Eppure, il Sud Sudan è ricco di risorse: la terra è fertile, benedetta dall’acqua del Nilo e dei suoi numerosi affluenti; ci sono immensi giacimenti di petrolio e miniere d’oro e di altri minerali rari.
E allora, come mai la maggioranza della popolazione vive ancora in povertà? Come mai i dipendenti pubblici, dai docenti universitari alle forze dell’ordine, non ricevono puntualmente la dovuta retribuzione, e l’insicurezza pervade ancora tante regioni del Paese?
Le domande sono molte, e qualche risposta si può forse trovare nella storia del Sudan meridionale, divenuto stato indipendente della Repubblica del Sud Sudan il 9 luglio 2011.

Un passato che pesa
La prima guerra civile sudanese iniziò nell’agosto del 1955 e per decenni ha scavato solchi profondi nella vita della popolazione: ha seminato morte, distrutto case, scuole, ospedali, e reclutato decine di migliaia di bambini soldato.
Per chi è cresciuto con il fucile in mano diventa difficile rispettare diritti umani che non conosce o realizzare forme di governo che garantiscano un’equa divisione dei poteri. È difficile sostituire l’economia di saccheggio, tipica di ogni guerra, con l’etica di un onesto lavoro.
Le elezioni, previste nel 2022, adesso sono attese con per la fine del 2024: saranno pacifiche e credibili? Qualche dubbio c’è, perché la democrazia è frutto di una cultura radicata nel rispetto reciproco, e ci vuole tempo per far sì che un’educazione diffusa e di qualità sottragga le persone a facili manipolazioni.
L’economia di saccheggio persiste, e anche quest’anno, nell’Indice di corruzione percepita pubblicato da Transparency International, il Sud Sudan risulta il secondo Paese più corrotto al mondo dopo la Somalia. Un triste primato.

Ricordare per agire
Il primo anniversario del “Pellegrinaggio ecumenico” è stato marcato con enfasi dalla Chiesa cattolica: sabato 3 febbraio 2024, il nunzio apostolico in Sud Sudan, Hubertus van Megen, lo celebrava nella cattedrale di Giuba alla presenza del primate della Chiesa episcopale e di alti rappresentanti del governo e delle ambasciate. Sebbene in giorno feriale, la messa è stata molto partecipata e l’omelia ha esortato il personale della Chiesa a rinnovare il proprio impegno per alleviare la sofferenza della popolazione. Il nunzio ha sottolineato che la recente nomina cardinalizia dell’arcivescovo di Giuba, Stephen Ameyu Mulla, è un riconoscimento del contributo che la Chiesa in Sud Sudan può offrire nel trasformare l’inimicizia in riconciliazione. Durante quella solenne celebrazione, il cardinale Ameyu è rimasto in disparte e ha delegato il suo ausiliario, che tanto in passato lo aveva osteggiato, ad accogliere gli ospiti e salutare l’assemblea. Un segno concreto di riconciliazione.

Il valore delle “primizie”
Lo stesso giorno, il prefetto del Dicastero vaticano per lo Sviluppo Umano Integrale, cardinale Michael Czerny, è arrivato a Juba ed è rimasto in Sud Sudan per quasi una settimana. Il 3 febbraio ha incontrato i vescovi; il 4, celebrando la messa domenicale in cattedrale, ha incontrato la popolazione di Giuba; il 5 ha visitato alcune realtà locali che promuovono lo sviluppo umano integrale e ha incontrato gli istituti religiosi e il personale diocesano.
Il 6 febbraio ha raggiunto Malakal, che nel 2023 era ancora una città semidistrutta, e Renk, stipata di profughi sudanesi. Ha sostato nei campi di sfollati e rifugiati, e ha benedetto la barca che il Dicastero ha fatto costruire per trasportare le migliaia di profughi sudanesi dagli insediamenti provvisori di Renk a Malakal, in vista di raggiungere una destinazione sicura dove ritrovare vita.
Il 9 febbraio, durante la conferenza stampa conclusiva, il cardinale Czerny ha affermato: «Il Santo Padre desidera sapere quali frutti ha fatto crescere il “Pellegrinaggio di pace” dello scorso anno. Sarei stato contento di potergli dire che la pace è finalmente tornata, invece le sfide sono tante e sempre di più. Gli potrò dire, però, che la pace è in cammino e ci sono già alcune primizie. Sono le tante attività che la promuovono: iniziative educative, umanitarie, religiose e di sviluppo... A Malakal, per esempio, ho visto persone che sono tornate e stanno ricostruendo le proprie case. È appena un inizio, ma è molto meglio della desolazione dello scorso anno».

Last modified on Giovedì, 29 Febbraio 2024 14:52

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