Abbiamo dovuto lasciare Kajo Keji, nell’Equatoria Centrale, Sud Sudan. Una zona fertilissima, dove la missione cattolica aveva avviato una scuola secondaria di qualità e altri servizi molto apprezzati dalla gente. Un paradiso in graduale sviluppo.
Lo scontro armato era annunciato da mesi. Tutta la popolazione aveva cominciato a muoversi gradualmente verso i diversi campi profughi del Nord Uganda, che sono tanti e affollati; alcuni più di altri.
La nostra comunità è costituita da tre suore comboniane: Dorinda Lopes e Maria do Carmo Carvalhal, portoghesi, ed io, costaricana. Siamo partite da Kajo Keji il 6 febbraio scorso.
Al presente abbiamo un alloggio temporaneo a circa 70 chilometri dai campi profughi, vaste estensioni di terra rese disponibili dal governo dell’Uganda. Spaziano nella savana per decine di chilometri. Per vivere con la nostra gente di Kajo Keji cerchiamo di costruire una casetta vicino al campo profughi, per continuare la nostra presenza in mezzo a loro.
Quando i rifugiati arrivano ai campi di raccolta dell’Onu, vengono anzitutto registrati, poi condotti a un pezzo di terra demarcato. Sarà la loro proprietà. Cominciano con l’andare nel bosco, per procurarsi pali di legno, su cui fissare una piccola tenda. Come tetto o parete, l’Onu fornisce ad ogni famiglia un telo bianco di plastica con la scritta “Unhcr”.
Attorno alla tenda, il nulla: solo qualche palma o arbusto. Il resto è tutto da inventare. Nel loro pezzo di terra è possibile avere uno spazio coltivabile, non grandissimo, ma è almeno qualcosa.
Purtroppo non piove regolarmente, il terreno è secco e la terra dura. Speriamo che in futuro la situazione migliori e possano dissodare il terreno e seminare. Per ora si soffre tanto caldo e tanta fame.
L’Onu distribuisce mensilmente una razione di cibo per famiglia: farina di mais per la polenta, fagioli, un po’ di olio, sale e poco più. Anche mangiando una volta al giorno, termina in due settimane…
Ogni campo ha latrine pubbliche e pozzi d’acqua, ma le file per accedervi sono lunghissime e i pozzi non bastano. Così l’Alto Commissariato Onu per i rifugiati utilizza grandi camion-cisterna, riempiti con acqua del Nilo, che viene trattata in qualche modo e distribuita alla gente. Serve anche per bere.
È una realtà molto dura.